Rossomalpelo

di Manuela Collarella

Mondadori, famo a capisse

Filed under: Senza Categoria — agosto 25, 2010 @ 2:28 pm

coccio

(http://www.flickr.com/photos/mystification/2885383173/)

Comincia ad arrivare qualche replica alla provocazione di Vito Mancuso. In crisi d’astinenza da Parla come Magni, (Zoro docet), ve ne traccio un breve excursus, in chiave famo a capisse.

Eugenio Scalfari:

Il conflitto di interessi di Berlusconi è un’anomalia che  –  in queste proporzioni  –  esiste soltanto in Italia. Si combatte eliminando l’anomalia, cioè si combatte politicamente. Lo sciopero degli autori, degli operatori televisivi e, perché no, quello dei lettori o dei telespettatori non sono armi facilmente realizzabili. Si possono determinare casi personali come quello di Roberto Saviano, insultato da Berlusconi e da sua figlia Marina con giudizi offensivi sul suo libro "Gomorra" ancorché pubblicato dalla Mondadori. Ma si tratta di casi personali che l’interessato risolve come ritiene più opportuno.

Famo a capisse:

Ao se ce riescono lo devono fa’ in parlamento. Siccome so’ 15 anni che lo devono fa’ e non ce riescono, ciccia. Ma che me frega a me.

Piergiorgio Odifreddi:

Certo, il problema che lui (Vito Mancuso ndr) solleva c’è. Eppure mi chiedo: perché scandalizzarsi? Forse altre aziende non hanno ricevuto altri favori da altri governi? Gli incentivi per l’auto di cui ha goduto la Fiat fin dai tempi del duce, in seguito nominato senatore a vita dal fascismo, forse non sono la stessa cosa? […]

Essendo io un matematico, faccio due calcoli e sommo i 350 milioni di euro di cui si parla in questo caso, con i 750 milioni che la Fininvest è stata condannata a pagare alla Cir di De Benedetti. Fa un totale di un miliardo di euro. Esattamente quanto riceve la Chiesa cattolica dallo Stato per l’otto per mille. Il Vaticano è un’azienda e non c’è paragone tra i benefici che Berlusconi riceve dallo Stato e quelli che riceve la Chiesa cattolica. Che, per esempio, non paga le tasse sulla compravendita degli immobili. Un privilegio notevole visto che secondo quanto pubblicato dal Mondo possiede una quota esagerata del patrimonio italiano. Forse Mancuso dovrebbe interrogarsi sulla sua appartenenza alla Chiesa cattolica.

Famo a capisse::

Aò e daje, e fanno tutti così e che non c’ho sapemo? Ma poi la chiesa rubba de più. Si ce lo so, a sto giro la chiesa nun c’entra niente. Però io sto in fissa coi preti. E poi è mejo se la buttamo in caciara.

Gustavo Zagrebelsky:

«Chi come me scrive non di etica come Mancuso, ma di diritto e legalità, ha sempre trovato in Einaudi interlocutori di grande valore, e creato un rapporto di fiducia che va oltre la questione della proprietà. Qui tuttavia non siamo più al semplice problema del proprietario, ma a un problema che riguarda l’azienda tutta, come viene gestita. Occorrerebbe interrogarsi in modo sistematico, anche con gli altri dirigenti di case editrici. Magari a Mantova, a settembre. Prima di prendere decisioni».

Famo a capisse::

MMMMMM. Ce devo pensà. Prennemo tempo.

Alberto Asor Rosa:

«E va bene», sferza, «Mancuso scrive di etica, io, che scrivo di letteratura, una materia libertaria, libertina, continuerò tranquillamente a pubblicare per Einaudi. Ho un rapporto di totale fiducia con editor e redazione, costruito in tanti anni in cui nessuno ha mai toccato nulla dei miei lavori». Un comunista come lui è sicuro: «Non credo neanche che siamo al regime; il fascismo gli scrittori li cacciò, qui non mi risulta che il proprietario abbia toccato nulla in Einaudi, o chiesto di cacciare autori sgraditi… Tra l’altro io appartengo a una tradizione che preferisce essere cacciata, piuttosto che rinunciare spontaneamente alla battaglia culturale». 

Famo a capisse:

E che palle. Ma io che c’entro. Quello scrive de etica e saranno fatti suoi se je venno i scrupoli etici. Io scrivo di lettere e me verranno semmai i scrupoli de lettere. Che so’ pure mejo, che fanno venì meno mal de panza.

 Corrado Augias:

«tutto discende dal conflitto d’interessi di Berlusconi, che però andrebbe affrontato dalla politica». Ma è innegabile che «il rapporto editoriale è qualcosa di molto diverso da un rapporto commerciale, è fatto della fiducia tra scrittore e staff editoriale. E io sono vecchio per cambiare questa fiducia creata in tanti anni, e mai venuta meno, in Mondadori». Insomma, «Mancuso pone un problema serio; ma lo semplifica troppo».

 Famo a capisse:

 Ha già detto tutto l’amichetto mio Eugenio. E poi so vecio, nun me fate fatica’. Mica come quel regazzino de Giorgio Bocca.

 

In effetti i nomi fin qui citati non brillano per gioventù. E cosa fa, invece, l’italica gioventù letteraria? Per la maggior parte mi pare taccia e quando non tace si lancia – come già visto ieri – in brillanti giustificazioni acrobatiche sul valore storico-letterario del catalogo e degli editor di Mondadori/Einaudi.

Insomma è tutto un gran stridore di unghie sugli specchi. Di mettersi in proprio manco se ne parla. Anche perché i giovani non c’hanno gli euri e ai veci che ce li avrebbero nun je va de uscirli.

Sarà. A me pare che negli ultimi decenni il mondo culturale italiano si sia via via popolato di molti vasi di coccio e pochi vasi di ferro. E si sa, diceva Manzoni, uno il coraggio non è che se lo può dare. Ogni tanto c’è qualcuno, tipo Giulio Cavalli, che prova a rivendicare una scelta di coerenza (e immagino già le sopracciglia alzate di chi invece non gli regge…). Ma sono scelte singole che non possono incidere sugli equilibri generali del mercato editoriale.

Per questo Mancuso, al di là della sua scelta personale, aveva tentato di collettivizzare la questione.

Ma gli interessati fanno finta di non capire.

Non resta che attendere che le nuove tecnologie spazzino via editori, produttori musicali e lobby annesse (almeno nelle forme in cui le conosciamo oggi).