Obama/Clinton e il cambiamento
Il dibattito sulle primarie americane sembra ormai monopolizzato dalla parola “cambiamento”.
Se ne sono appropriati tutti i candidati, sia democratici che repubblicani, ma tutti ben si guardano dallo spiegare la direzione che vorrebbero dare a questo tanto sospirato cambiamento, a questo punto diventato un valore in sé, dimenticando che cambiare non vuol dire necessariamente migliorare. Anche se fare peggio di Bush Jr. è difficile.
Credo che l’unica trasformazione che si avrà sarà sul piano simbolico.
Alla fine di queste primarie l’elettorato democratico voterà per un candidato nero o per una candidata donna.
Si sposterà in avanti il limite di ciò che fino a ieri sembrava impossibile.
Che questo poi implichi una necessaria svolta epocale nelle politiche attuate dal futuro presidente statunitense non è affatto scontato.
A questo proposito segnalo un interessante commento dell’americanista Alessandro Portelli.
Aggiungerei soltanto che è un po’ triste che questa trasformazione si giochi all’interno di una partita che vede scontrarsi, dopo anni di alleanza strategica, l’identità di genere e l’identità di razza (qui suona strano, ma negli Usa si chiama ancora così).
E alla fine una delle due ne uscirà sconfitta.
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