“L’infanzia è un terremoto”. Intervista a Carola Susani - 3/3
Terza parte dell’intervista a Carola Susani sul libro L’infanzia è un terremoto, a proposito del terremoto in Belice nel 1968.
Link alla prima e alla seconda parte
(Le immagini sono state realizzate durante la presentazione del libro presso l’Agave Bookbar di Roma).
********
Il libro approfondisce anche il tema delle sconfitte che si abbatterono sul gruppo di lavoro di Partanna. La rottura con il gruppo di Dolci. Le intimidazioni da parte dei poteri locali. In generale si è molto dibattuto su cosa non è andato in porto rispetto alle lotte di quegli anni. Mi piacerebbe analizzare anche ciò che non è andato perso. Considerare i risultati di una semina che non sembra essere stata del tutto vana. Come tu stessa lasci intuire in molti passaggi.
Quella stagione, pur con tutti i suoi contrasti, continua a produrre conseguenze ancora oggi. Basti pensare al posto più contraddittorio e assurdo di tutti come Gibellina: è proprio da lì che stanno venendo fuori diversi intellettuali.
Penso a Marilena Renda, per esempio, che è una giovane poetessa. Il fatto stesso di crescere in un posto così strano (sia che ti piaccia, sia che non ti piaccia) probabilmente ti costringe al ragionamento, ti costringe a prendere una posizione sulle cose.
E poi scendendo più sul concreto. Tra i risultati del lavoro svolto in quel periodo non bisogna dimenticare risultati straordinari come le dighe, soprattutto quella di Garcia, l’abolizione dell’enfiteusi, che permise a molti contadini di riscattare i terreni e di introdurre diverse innovazioni nelle colture, la nascita del sindacato edile.
E’ anche grazie a quella stagione di movimenti se oggi la Sicilia Occidentale produce vini di ottima qualità, competitivi a livello internazionale.
Senza le lotte di allora, senza le dighe, senza il riscatto delle terre, senza il lavoro per le cantine sociali, sarebbe stato impossibile.
Certo negli ultimi anni questo sta mutando in senso più capitalistico, molte non sono più vere e proprie cooperative. Però questo non vuol dire non riconoscere l’immenso lavoro che è stato fatto. Lavoro per il quale mi pare che proprio negli ultimi anni si sia riacceso un certo interesse.
A partire proprio dal lavoro di Danilo Dolci. Ci sono stati i due documentari di Alberto Castiglione. Ci sono molti giovani che vanno a cercare Amico (uno dei figli di Dolci, ndr.) con una sete, con una voglia di sapere.
Ho saputo, e non credo sia casuale, che c’è l’intenzione di organizzare un convegno su Dolci in Sicilia nei prossimi mesi. C’è una voglia di guardarsi indietro per capire cosa prendere di tutto quel lavoro. Di quella vivacità mentale.
Si tratta di esperienze portatrici anche di una grande forza creativa. Proprio per il loro specifico non violento erano costretti a mettere in campo una forte immaginazione. Non potendo scegliere la strada più ovvia, quella dello scontro diretto, erano costretti a inventarsi altro. E così nascevano le marce, i digiuni, le lotte per l’obiezione alla leva, gli scioperi alla rovescia. E poi non va dimenticata la visione di fondo di allora: un’idea diversa di sviluppo del territorio e delle persone.
Quando penso alla Sicilia contemporanea uno dei miei crucci maggiori è il dilagare del cemento (abusivo o meno), il suo arrendersi a una bruttezza vorace, a un’espansione urbanistica folle, senza criterio. Il decennio compreso tra gli anni sessanta e i settanta è stato uno snodo fondamentale di questo processo . La riflessione di chi lavorava dalla parte degli abitanti, e in particolare dei tuoi genitori (dalla loro prospettiva di architetti), ha cercato di essere controcorrente anche su questo aspetto, eppure non sempre è stata ascoltata o ha avuto successo.
L’Ises (l’istituto pubblico che si è occupato della ricostruzione dei centri abitati nel Belice) non ha avuto molta attenzione per la riflessione dal basso che si stava cercando di portare avanti. Si è preoccupato solo di ricostruire, ma non c’è stata una riflessione architettonica sullo sviluppo e sul tipo di tessuto economico preesistente al terremoto.
Eppure questo è strano, visto che alcuni architetti che lavorarono con l’Ises avevano frequentato per un periodo anche il gruppo di Dolci. Di fatto però non ci fu un’attenzione per l’urbanistica nel suo complesso, per i bisogni degli abitanti.
Non ci si è preoccupati di ricostruire i collegamenti stradali che mettevano in rete i vari paesi.
E’ per questo che probabilmente mio padre sosteneva che l’operazione fatta dall’Ises fosse un’operazione di tipo fascista, colonialista, calato dall’alto.
Un’impostazione che ha portato alla costruzione di paesi moderni, lontano dagli insediamenti distrutti, con le strade tutte uguali, senza un centro e una periferia, senza luoghi di incontro, con la piazza rettangolare alla fine del paese, invece che al centro.
In questo senso il lavoro di tua madre a Partanna e a Vita con le cooperative edili ha quantomeno tentato di percorrere un’altra strada.
Si, con le case costruite dalle cooperative “Produzione e lavoro”. Erano cooperative in cui tutti erano soci: sia gli architetti, sia i lavoratori edili, sia coloro che avrebbero abitato le case. Da questo lavoro sono nate delle casette in stile razionalfunzionalista. Con il giardino. Ritagliate sulla disposizione degli spazi che avevano le case siciliane del passato. Nella loro progettazione si tentava di seguire le esigenze espresse dalla gente. Si cercava di “costruire parlando”. Anche se non sempre questo intento è stato recepito.
Inoltre lo spazio di intervento era limitato alle singole case, perchè sul piano urbanistico era l’Ises che decideva. Però ne sono venute fuori delle case in cui ancora oggi molti miei amici vivono bene.
Hai intenzione di scrivere ancora di questa storia?
Non ho ancora deciso. Potrebbe essere, ma se accadrà sicuramente sarà in un’altra forma.
Nessun commento »
Non c’è ancora nessun commento.
RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI
Lascia un commento
A capo e separazione tra i paragrafi automatici, l’indirizzo e-mail non è mai mostrato, codice HTML consentito: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>