Rossomalpelo

di Manuela Collarella

Quindici anni e non sentirli

Archiviato in: Segnalazioni, Senza Categoria, Sicilitudine, memoria — 19 Luglio 2007 @ 15:44

Le commemorazioni si possono fare in molti modi.

Si possono fare i servizi strappalacrime della tv pomeridiana per casalinghe (povere casalinghe le fanno sempre più superficiali di ciò che sono…) e ricordare il sorriso di chi è morto e il suo lato umano (come se parlassimo di marziani)… vedi il tripudio di retorica che l’Italia sul due rifila ogni 23 maggio ai poveri spettatori italiani.

Si possono fare le cerimonie istituzionali, che, ci mancherebbe, si devono fare (perchè se non si fanno è peggio), ma mi astengo dal commentarle per carità di patria.

 

Si può ragionare sul significato simbolico e collettivo di quel giorno in cui Palermo diventò (e non era la prima volta) una piccola Beirut….

 

Si può cercare di prendere spunto dagli anniversari per seminare nei più giovani una cultura diversa, come fa, giustamente, Libera da tanti anni.

 

Ciò che l’informazione di questo paese non fa quasi mai è cercare di uscire dalle icone svuotate di senso e ricordare una buona volta perchè Falcone e Borsellino sono stati uccisi, su che cosa e come avevano lavorato, che risultati avevano ottenuto.

 

Borsellino, in particolare, dopo l’uccisione di Falcone, sentiva di avere il destino segnato e lasciò un vero e proprio testamento, le cui parole ancora oggi fanno rabbrividire.

 

Siccome però nella tv di stato, qui e la, qualcuno che tutte queste cose se le ricorda bene riesce ancora a fare qualcosa, per fortuna, il prossimo 23 luglio Raitre alle 21 trasmetterà un documentario serio (e non un fiction in cui tutti alla fine si vogliono bene…).

 

Il documentario si chiama In un altro paese, ed è stato realizzato dal regista Marco Turco in collaborazione con Alexander Still, autore, tra gli altri, del testo Excellent cadavers su cui si basa il documentario stesso.

Sarebbe bello magari vedere anche una trasmissione di approfondimento che ci ricordasse che molto poco è cambiato, che ci sono ancora molte cose che non sappiamo e altre che stanno accadendo sotto i nostri occhi.

 

Ma forse è chiedere troppo.

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Aggiornamento:

aggiungo questo link interessante a una puntata de La storia siamo noi dedicata a Paolo Borsellino

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=154&

 

10 commenti »

  1. Peppe:

    Sono d’accordo con te. Questa televisione non ci da spunti utili per apprendere e ricordare bene. Ma credo che la cosa più importante sia come ci arriviamo alla commemorazione che come la facciamo. Possiamo commemorare Borsellino e tutte le altre vittine esclusivamente nei loro giorni designati oppure ricordarci di loro tutti i giorni facendo valere quello per cui sono stati uccisi. Non voglio essere cinico, ma è più facile fare partecipare un bambino di Ballarò alla commemorazione pubblica che fargli credere che lo “sbirro” non sia il nemico. Per questo dico che qualsiasi dichiarazione, presa di posizione, manifestazione, fiaccolata ed altro, oggi, lascia il tempo che trova. Per carità, giustissimo e apprezzabile ma credo che la reale sfida sia durante tutti gli altri giorni e non sfilando gridando slogan anti-mafia. E comunque parla una persona che cerca di essere sempre presente a manifestazioni del genere!
    Ciao.

    Peppe

  2. cate:

    Riflettere sul fatto che molto poco, se non nulla, sia cambiato negli ultimi 15 anni (cazzo, metà della mia vita) implica non solo la capacità e gli strumenti per farlo, ma la volonta’. La cosa piu’ singolare, quando si parla di documentari televisivi, scritti e informazione sulla mafia, è che a farla sono ‘non siciliani’, come il documentario ?in un altro stato’ a cui ti riferisci tu.
    I siciliani che lo fanno sono rari, sconosciuti e spesso ignorati. Quelli che l’hanno fatto, sono morti. E non di vecchiaia, ne’ di malattia.
    Se nulla e’ cambiato in questi 15 anni (e direi, in questi ultimi 30 anni) è anche responsabilità di un sistema d’informazione malato. E mi riferisco a quello siciliano, prima che nazionale. Malato di monopolio (il duopolio, oltre a non essere nella sostanza diverso dal monopolio, in Sicilia è anche una farsa), malato di servilismo, malato di mancanza di etica, onestà intellettuale e etica professionale, dove chi fa informazione non e’ neanche in grado di fare dei propri colleghi morti ammazzati degli esempi, quanto meno, da ricordare.
    Che dire? Che l’informazione, facendo parte di un sistema di potere, ne subisce deviazioni e devianze, mali e malcostumi? E’ vero, ma non dovrebbe esserlo. L’informazione, che è potere di per sè, dovrebbe e potrebbe essere libera. Ma tant’è.
    E il punto, Peppe, non è insegnare ai bambini di Ballarò o di Gela o di Favara che lo “sbirro” non è il nemico. E’ insegnargli a essere liberi, a ribellarsi ai soprusi, da _qualsiasi_ parte arrivino: dai mafiosi, dai bulletti a scuola, dal datore di lavoro, dallo sbirro col delirio di onnipotenza o dal giudice corrotto.
    Delle commemorazioni passerella non sappiamo che farcene, dei Festini a tema men che meno, se poi tutto e’ favore e ricatto e sopruso e abuso.
    Quando muore qualcuno come sono morti Falcone e Borsellino si dice sempre che bisogna fare in modo che “non siano morti invano”. E invece, dopo 15 anni, la sensazione è proprio quella.
    Anche se il tritolo non grida piu’.

  3. Sebastiano:

    Cara Manuela, condivido ciò che scrivi e gli esempi/approfondimenti a cui rimandi. M’illudo che finché qualcuno si riconoscerà nei loro valori e li vivrà nella quotidianità (magari contagiando altri), la loro morte non sarà stata vana. E quando dico “loro” mi riferisco a tutti i morti di mafia: agli altri magistrati, agli altri poliziotti, ai carabinieri, agli imprenditori, ai commercianti, ai giornalisti, alle donne, agli uomini, ai bambini ammazzati da macellai senza alcun onore.
    M’illudo. Ed è una delle rare illusioni che mi restano.
    M’illudo che il lavoro costante e perlopiù misconosciuto di soggetti collettivi come Libera o l’Arci Sicilia (di esempi potrei farne tanti) possa, a lungo andare, produrre cambiamenti sociali reali, concreti, radicati.
    M’illudo che l’informazione - in Sicilia, in Italia, nel mondo - possa cambiare e che i monopoli, duopoli o oligopoli possano essere intaccati seriamente. Grazie a internet (anche se più tempo passa e più le maglie si restringono, anche qui). Quest’ultima è l’illusione, il sogno più grande. Anche perché, in democrazia, l’informazione, la conoscenza è fondamentale: se manca questa è teatrino. E in Sicilia manca. Malgrado tante piccole esperienze di informazione libera. Piccole e perlopiù inefficaci. Purtroppo.
    Rispetto al commento precedente vorrei dire, che, secondo me, l’informazione, in Sicilia, non è asservita al potere, è il potere. E mi riferisco agli editori, non ai giornalisti: Ciancio, Ardizzone e Calarco non sono asseviti proprio a nessuno, sono parte di un sistema articolato e complesso che riduce la democrazia a barzelletta. I giornalisti siciliani non sono tutti asserviti e i libri di Lodato, Bolzoni, Bellavia, La Licata, Rizza, Palazzolo e di tanti altri - oltre a stare lì a dimostrarlo - non sono secondi a quelli di nessuno Stille, senza con ciò voler mancare di rispetto a Stille.

  4. info:

    Credo che siamo tutti d’accordo sul fatto che di giornalisti bravi in Sicilia ce ne siano tanti, il problema è che o non li fanno lavorare, o lavorano tra mille difficoltà, o se ne devono andare.
    Ma siccome la tigna non ci manca, nascono continuamente iniziative indipendenti che però quel mondo editoriale ci mette poco a soffocare in culla, il più delle volte.
    E’ per questo che spesso hanno più agibilità di movimento, più soldi per fare le cose e più visibilità giornalisti non italiani… non perchè in Sicilia non ci siano quelli bravi che sanno fare le inchieste, anzi.

  5. cate:

    infatti, siamo tutti d’accordo. Non volevo certo dire che TUTTI i giornalisti siculi sono asserviti al potere editoriale. Ci mancherebbe. Oltre all’elenco di sebastiano, potrei fare altri nomi, compreso il suo.
    Credo, pero’, che una terra come la sicilia, dura, forte, contraddittoria, che provoca tanto amore quanto odio in chi la vive con consapevolezza, richieda prese di posizione nette piu’ collettive, oserei dire, di categoria, di orgoglio di una categoria che vanta esponenti di altissima levatura morale e professionale. Siciliani, naturalmente.
    E con questo, chiaramente non intendo togliere nulla a chi, sebastiano, hai nominato e agli altri che mi vengono in mente.

  6. masso:

    Dalla intervista di Daniele Luttazzi a Marco Travaglio, anno 2001, il libro si chiama “L’odore dei soldi”:
    Luttazzi: (…)Dunque: riassumiamo un pochettino il percorso di questo libro: c’è dentro un’intervista anche a Borsellino che è incredibile.

    Travaglio: C’è un’intervista agghiacciante a Paolo Borsellino: è una rarità questa intervista, perché la Rai l’ha potuta trasmettere soltanto nottetempo…

    L.: Perché l’ha potuta trasmettere? In che senso?

    T.: La Rai ce l’aveva, ma Roberto Morione, direttore di Rai News 24, ha fatto il giro delle sette chiese per offrirla a tutti quelli che hanno i programmi in prima serata, ai telegiornali, e tutti gli hanno detto che non gli interessava perché era roba vecchia: in realtà questo è l’ultimo documento filmato di Paolo Borsellino prima che salti in aria. è stata fatta il 21 maggio del 92, due giorni dopo salta in aria Falcone, 50 giorni dopo salta in aria Borsellino.

    L: Cosa c’era di così drammatico in questa intervista?

    T.: Bè, è un’intervista abbastanza agghiacciante, per chi la vede soprattutto col senno di poi, cioè la vede come il testamento spirituale. Borsellino dice alcune cose: a) che la procura di Palermo in quel momento sta indagando sui rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano; e poi dice un’altra cosa: dice che in una intercettazione del 1981 tra Mangano e Dell’Utri, Mangano sta contrattando con Dell’Utri a proposito di un cavallo. E Borsellino dice che “nel maxiprocesso noi abbiamo appurato che Mangano quando parla di cavalli intende partite di droga”. Quando poi il giornalista, che è un francese, quindi fa domande, gli dice ” se ricordo bene nell’inchiesta c’è un’intercettazone fra Mangano e Dell’Utri in cui si parla di cavalli”. Borsellino, che evidentemente è un fine umorista, risponde “bè, nella conversazione nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo.Quindi non credo che potesse trattarsi effettivanente di cavalli: se qualcuno mi deve recapitare due cavalli me li recapita all’ippodromo oppure al maneggio, non certamente dentro a un albergo”. Allora, voi immaginate un’intervista di questo genere rilasciata oggi da Borsellino vivo, che cosa si direbbe di Borsellino, che è una toga rossa, che è arrivata la cavalleria comunista, che non a caso è un complotto politico, la giustizia a orologeria. Il problema è che pare che Paolo Borsellino votasse Movimento Sociale; cioè apparteneva a quella tradizione della destra, la nobile tradizione della destra legalitaria, che in Sicilia faceva fronte contro la mafia. Per cui, andava perfettamente daccordo con suoi colleghi che erano di sinistra. Immaginatevi se un uomo come Borsellino fosse sopravvissuto e avesse rilasciato oggi questa intervista dove sarebbe già finito, come minimo davanti al CSM, come minimo. Il fatto che in questo paese un’intervista del genere non trovi un programma che la trasmetta in prima serata ma debba andare di notte è abbastanza significativo.

    L: E che fine ha fatto questa bobina poi?

    T: La bobina c’è, è stata acquisita agli atti della procura di Caltanissetta che indaga sulle stragi , perché è molto interessante sapere di che cosa si stava occupando la magistratura palermitana nel momento in cui saltavano in aria i suoi due maggiori esponenti. O no? E quindi è stata acquisita. è molto istruttiva, secondo me, andrebbe discussa, ci vorrebbero delle risposte.

  7. Sebastiano:

    Cate e io non ho interpretato che tutti i giornalisti siciliani sono asserviti :)
    quei nomi - ai quali potrei aggiungerne decine - li ho fatti solo per dire che di libri validi, sull’argomento, ne scrivono anche i giornalisti siciliani, non solo quelli americani. Se poi Amenta preferisce usare Stille come traccia, forse - consentitemi il dubbio - è perché fa più audience dei colleghi siciliani (che, fra l’altro, considero più bravi)

  8. cate:

    mah, forse è perche’ la mafia e la sicilia viste con gli occhi di un non-siciliano (si, io divido il mondo in chi certe cose le sente scorrere nelle vene e chi al massimo le ha sentite raccontare, le ha lette et similia) è sempre più spettacolare e, quindi, fa piu audience. Non sottovaluterei neanche il fatto, però, che gli occhi ’stranieri’ si stupiscono anche davanti a quelle piccolezze che per i siculi sono talmente routine da non accorgersene quasi più. Di contro, non colgono sfumature che per noi sono lampanti. Ma la sicilianità non è un dono per tutti ;P
    (siete consapevoli del fatto che questa discussione potrebbe durare all’infinito, si? gh)

  9. Sebastiano:

    sostanzialmente sono d’accordo con te. con le dovute eccezioni (ne conosco).
    facendo questo mestiere mi è capitato di rendermi conto che perlopiù, gli inviati deelle grandi testate giornalistiche che calano in Sicilia, in Calabria o in Campania arrivano con le loro brave tesi già precostituite e cercano solo conferme. Ovviamente le trovano. Scrivono e ripartono. O ripartono e poi scrivono. Mi riferisco agli italiani, non agli stranieri, ché di stranieri so poco. Quel poco che so è che loro possono essere più superficiali di noi, perché il loro pubblico, su questi temi, ha meno conoscenze e quindi è meno esigente.
    Ovviamente, anche fra gli italiani ci sono le eccezioni, cioè coloro che sono aperti a vedersi smontare le proprie tesi per avere un quadro della realtà più calzante. Ma sono pochi. Pochissimi. Essere (considerati) bravi spesso diventa un handicap.
    A volte ho l’impressione che non sappiamo più ascoltare. E men che meno cercare.
    Probabilmente ricorderai che tre anni fa, a Villa S. Giavanni, ci fu una lunga serie di intimidazioni nei confronti degli amministratori. A tutti bruciarono l’auto, in momenti diversi, ma nell’arco di pochissimi mesi. Al sindaco ben due. Nessuno ebbe dubbi: l’amministrazione era sotto il tiro della ‘ndrangheta perché si opponeva alla costruzione del Ponte. Calarono gli inviati col pezzo già scritto in testa e tornarono col pezzo già inviato e pubblicato. Nessun dubbio. ‘Ndrangheta e Ponte.
    I conti, però, non mi tornavano. La legge obiettivo avocava al governo qualsiasi decisione sul Ponte, spogliando totalmente regioni e enti locali interessati. Dunque, perché l’ininfluente opposizione della giunta di Villa avrebbe dovuto scatenare le ire della ‘ndrangheta? Non me ne capacitavo. Feci una ricerca nella banca dati dell’Ansa e fra le notizie che trovai ce n’era una sull’arresto di un ex consigliere comunale trombato che sarebbe stato il mandante di quei roghi. Che però erano proseguiti dopo l’arresto. Fra le altre notizie che trovai ce n’erano alcune sul nuovo Piano regolatore generale in via di definizione (il Ponte avrebbe stravolto il territorio e bisognava adeguare lo strumento urbanistico). Il Prg mi pareva argomeznto più interessante del Ponte, in relazione agli attentati. Esposi i miei dubbi al mio direttore e riuscii a farmi inviare a Villa, ospite di un amico. Alla Dia appresi che, sebbene gli attentati si susseguissero da diversi mesi, l’inchiesta era in Procura e non alla Direzione distrettuale antimafia e che, dunque, allo stato degli atti la ‘Ndrangheta non c’entrava. Il mio interlucutore ci tenne a precisare che, da quelle parti, le macchine le bruciano anche per un’occhiata storta, per avere guardato con insistenza una donna o parti di essa e per altri “torti” più o meno simili. Però non mi pare questo il caso, ci tenne a sottolineare il mio interlocutore. Ché, in effetti, solo un’epidemia poteva far pensare che, all’improvviso, sindaco e assessori si fossero messi a fissare con insistenza culi e tette delle loro compaesane. Dunque? Dunque mi restava solo il Prg. Telefono a un po’ di esponenti del mondo ambientalista dello Stretto e rimedio alcuni appuntamenti. Uno, che era anche dipendente dell’ufficio tecnico comunale mi racconta che durante la precedente campagna elettorale (sette mesi prima) l’assessore all’urbanistica aveva promesso variazioni di destinazione a tante persone proprietarie di modesti apprezzamenti di terreno. MI sembrava una cosa da oppositore col dente avvelenato e da dipendente frustrato. Gli chiesi come potevo verificare le sue affermazioni e se potevo attribuirgliele. Rispose sì alla seconda domanda e mi indicò un’altra persone che poteva confermare ciò che mi aveva detto. Cercai questa persona. Era un funzionario dell’ufficio tecnico. Confermò tutto e aggiunse altri dettagli.
    Scrissi il mio pezzo, citandoli entrambi con nome, cognome e qualifica. la magistratura ha aperto un’inchiesta su ciò che ho scritto. Non so se e come sia andata a finire.
    Se si dubita delle versioni ufficiali e si ha un po’ di curiosità può capitare di trovare storie interessanti.
    Nell’immaginario collettivo, però, quella giunta era vittima della ‘ndrangheta, per la sua opposizione al Ponte, ché l’hanno detto in tv e lo hanno scritto i più grandi giornali italiani.

  10. manuela:

    Ah Sebastiano… la storia che hai scritto è esemplare. Esemplare di una evidenza banale, ma vale la pena sottolinearla ancora una volta: il giornalismo di inchiesta in questo paese non si fa e quando si riesce a fare non ha la risonanza che merita.
    br /> Un po’ è colpa di ciò che tutti sappiamo del sistema di informazione italiano.

    Un po’ è anche colpa del fatto che questo paese non ha più voglia di sapere. Non ha più voglia di capire.

    Si legge poco, giornali e libri vendono nulla. Si va poco al cinema, e quando ci si va sono americazzate o vanzinate.

    La lobotomia generale (o lucignolite, dalla terrificante trx di italia 1) ha preso possesso della gente. Non c’è più voglia di capire, discernere, esaminare.

    L’individuo medio ha completamente perso il senso della sfumature. Si ragiona per dicotomie. Italiani/extracomunitari (e non sanno nemmeno che pure i rumeni non sono più extracomunitari), spose/mignotte, soldimunito/soldisfornito.

    La contraddizione, l’ambiguità bella o brutta che sia, ma che in questa vita esiste, non riesce neanche a essere più percepita.

    Buoni/cattivi: uno schema elementare, come quello dei bambini di quattro anni. E come i bambini di quattro anni non si riesce più a seguire un ragionamento più articolato di quattro parole. Anzi no perchè a quell’età i bambini il gusto dell’narrazione ce l’hanno ancora e se gli racconti una favola ti seguono…

    Una volta almeno l’emancipazione sociale della povera gente passava dall’orgoglio di fare studiare i figli e farli diventare persone migliori. Si c’era anche la speranza che l’istruzione gli assicurasse un avvenire migliore, speranza ormai del tutto vana…

    Ma da qui a pomparli con l’ossessione dei soldi e del successo fin dalla quarta elementare…

    Mah, scusate, ormai sono clamorosamente off topic, ma mi girano vorticosamente: ho appena visto Michele Mirabella (si quello di Elisir), che sproloquiava in coppia con Giovanardi del caso Adrovandi e di Genova… e mi immagino l’effetto devastante che certa televisione può avere su chi non ha gli strumenti per fare le debite scremature e leggere tra le righe…

    Con tutto il rispetto per gli autori e per la co-conduttrice che si vedeva che tentava di riportare la discussione su un piano raziocinante…

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