Diario di viaggio sul Ritaexpress
Sono andata in Sicilia con il Ritaexpress.
Ecco il mio diario di viaggio per chi non era con me e mi ha chiesto come è andata.
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L’ultima email arrivata sulla lista di Ritaexpress prima della partenza del treno dice “RITA: Ritorno In Terra Amata”. Mi frulla in testa questo acronimo mentre vado verso la stazione Tiburtina. Sono parole appassionate e forse un po’ ingenue, ma mi hanno colpito.
Mi arrovello su quali corde siano andate a toccare e intanto nell’atrio della stazione trovo il gruppo di ragazzi e di ragazze con cui partirò da Roma.. Si fa l’appello. Siamo 130.
Ci si sposta al binario e mentre aspettiamo il treno cominciamo a conoscerci. Di dove sei? Che fai a Roma? E, su tutte, la domanda che ricorre più frequentemente: pensi di tornare? Ce lo chiediamo a vicenda un po’ intimiditi, con un misto di ansia e di speranza. Vogliono tornare tutti, e tutti hanno la consapevolezza che è quasi impossibile se le cose “giù” non cambiano.
E allora eccoci qua pronti ad affrontare per l’ennesima volta quei mille chilometri che ci separano dalla Sicilia con l’intenzione di dare anche noi una piccola spinta per il cambiamento.
Quando verso mezzanotte il treno spunta da dietro la curva del binario il boato che parte dai due lati del marciapiede è lunghissimo. Stupiti e felici di ritrovarci tutti insieme e così in tanti urliamo, battiamo le mani, saltiamo. Ci guardiamo a vicenda, increduli. Quelli che sono già sul treno sventolano bandiere e striscioni.
Davanti a questo spettacolo il senso dell’acronimo diventa palese: racchiude quello che ognuno di noi prova quotidianamente nelle città d’adozione. Il conflitto che solo chi vive con un piede di qua e uno di là dello stretto può capire. L’amore e la rabbia che si prova per una terra che è una madre un po’ degenere. Che ti ha reso quello che sei ma che ti costringe ad andare via per cercare un lavoro o una formazione migliore. Come i nostri padri e le nostre madri, i nostri nonni e le nostre nonne. E’ un grumo di sentimenti viscerali, che molti dei nostri amici del “continente” spesso scambia per retorica. Ma come si fa a non essere viscerale in tutto quello che fai se sei nato in quel vero e proprio festival della contraddizione che è la Sicilia? Se sei consapevole di quanto nella sua storia abbia oscillato tra speranze di redenzione e rassegnazione atavica?
E i passeggeri di questo treno conoscono bene tutte queste cose. Me ne accorgo, una volta salita, appena lascio lo zaino nel primo scompartimento disponibile e vado a fare un giro “di ricognizione”.
Hanno in media poco più di vent’anni. Sono cresciuti guardando I Cento passi, La meglio gioventù, Placido Rizzotto. Ascoltando i Modena City Ramblers. Scambiandosi i cd di documentari che in tv non andranno mai ma che conoscono a memoria, come La mafia è bianca.
Ma soprattutto sono cresciuti confrontandosi in innumerevoli incontri scolastici con don Luigi Ciotti, Rita Borsellino, Giancarlo Caselli e tanti altri che negli anni si sono impegnati per l’educazione alla legalità. Tanti volte si sono sentiti spiegare la differenza tra un favore e un diritto. E adesso cercano con ostinazione di spiegarlo ai propri coetanei ma, spesso, anche alle proprie famiglie.
Ripenso a come sono cresciuta io. Per anni ho abitato in una via intitolata al primo magistrato ucciso dalla mafia. La mia scuola media si chiamava Emanuela Setti Carraro Dalla Chiesa. Tutti i giorni incontravo il ritratto di questa ragazza bella e giovane nell’atrio della scuola. Poi il trauma della stragi. Le superiori frequentate negli anni della Primavera di Palermo. Tutto questo, in qualche modo, mi ha portato qui. E ci ha portato pure tutti gli altri.
Incontro tante facce conosciute. Andrea, Alessandro, Lia. Pisa, Bologna, Torino, Roma… come ci siamo sparpagliati in questi anni. Tutti in giro per l’Italia a studiare giornalismo, architettura, filosofia, ingegneria. Un domani molto prossimo ci chiameranno “i cervelli”. Chissà se saremo cervelli in fuga oppure riusciremo a farli funzionare in casa questi cervelli…
Intanto devo dire che si fanno funzionare discretamente in giro per l’Italia: il treno è una bella sorpresa anche dal punto di vista del lavoro di informazione che si è fatto su di esso.
I vagoni sono stati allestiti in modo tematico: ci sono le foto di Letizia Battaglia, le vignette (esilaranti ) di Alessio Spataro, la rassegna stampa degli articoli riguardanti il Ritaexpress, e soprattutto, il programma di Rita Borsellino e di Totò Cuffaro messi a confronto punto per punto.
In ogni carrozza, poi, si può ascoltare in filodiffusione la radio che trasmette dalla coda del treno e che è continuamente funestata dai cali della “tremila”, che un paziente capotreno si preoccupa puntualmente di riallacciare.
Dopo il giro ritorno nel mio scompartimento. Mi addormento con il sottofondo di Una notte in Italia di Fossati.
Mi sveglio poco dopo l’alba siamo in Calabria. Siamo tutti un po’ pesti. Il treno è abbastanza pieno e per dormire si è fatto, civilmente, a turno. Il tempo di tirare fuori qualche biscotto e di riprendersi dalla nottata e arriva una notizia che cancella la stanchezza e cede il passo all’allegria: Rita Borsellino ci aspetta a Villa San Giovanni.
Mentre le carrozze vengono imbarcate sul traghetto, scendiamo dal treno e le corriamo praticamente incontro. E’ un abbraccio collettivo. Come dirle siamo qui, siamo tornati, e hai anche il nostro appoggio. Lei ci accoglie, sorride, si commuove, ci stringe le mani.
Ci imbarchiamo insieme sul traghetto dove si tiene un’assemblea. Cerco di intrufolarmi su una scaletta per sentire meglio, ma il ponte è stracolmo. Torno al piano inferiore e rincontro Rita Borsellino. Le squilla il telefono: è don Ciotti. “Luigi – gli dice – sto sbarcando in Sicilia con milleduecento ragazzi, è straordinario!”
Chi è abituato al suo tono di voce misurato dovrebbe sentirla adesso che si lascia andare all’entusiamo di una ragazzina. Poco dopo attracchiamo a Messina. Scendiamo e improvvisiamo un piccolo corteo per la città. In testa Rita dietro lo striscione di Ritaexpress.
Arriviamo in una piazza vicino la stazione. Troviamo allestita l’amplificazione che manda la canzone che i Modena City Ramblers hanno dedicato a Peppino Impastato. Dopo tante ore di treno ballare e sgranchirsi le gambe è quello che ci vuole.
A fine canzone Piero prende la parola per introdurre il discorso di Rita. Per gli organizzatori credo sia il momento in cui si sciolgono le tensioni. Tutta la fatica, tutto l’impegno dei mesi scorsi culmina in questo momento. Adesso che in mille e più rimettiamo piede sull’isola. Si sente tutto questo nelle sue parole come si sente tutto il peso della fame di cambiamento che abbiamo.
Parecchi visi si rigano di lacrime, in particolare quando al microfono si avvicenda Rita, ci ringrazia e ci parla della Sicilia che vorrebbe realizzare. Una Sicilia in cui la legalità è un valore, in cui la mafia è qualcosa da combattere e non un fenomeno con cui convivere. Ricorda le stragi del 1992: “molti di voi erano dei bambini, ma so che ricordate”.
Eccome se ricordiamo. Ne ho la conferma quando, dopo aver salutato coloro che vanno verso Catania e Siracusa, ritorniamo sul treno commentando l’intervento di Rita. Per molti di noi quello è stato il trauma che ha segnato una svolta individuale e collettiva. Per anni ci siamo chiesti a vicenda: “Dov’eri quando hanno ucciso Falcone? E Borsellino?”.
In tanti ricordano quei giorni come il momento in cui qualcosa si è rotto, in cui tutto sembrava perduto (come dimenticare le parole di Caponnetto). Ma è anche il momento in cui è esplosa una rabbia che ha gettato dei semi, una indignazione che negli anni ’90 è fiorita e poi è sembrata appassire con l’inizio del nuovo millennio.
In realtà la Sicilia migliore è un fiume carsico che tante volte è sembrato finire sottoterra e tante volte è riaffiorato.
Se adesso riemerge con questa generazione di ventenni è grazie coloro che negli anni della delusione e del silenzio hanno continuato a lavorare alacremente nelle scuole, nelle strade, negli oratori perché i bambini crescessero diversamente. E i frutti sono evidenti.
Nella città in cui studiano in questi mesi i passeggeri di Ritaexpress hanno organizzato incontri, cineforum, raccolte fondi, banchetti. In tutti loro c’è la consapevolezza che la Sicilia e i suoi problemi devono diventare una questione nazionale.
E’ per questo che, ci diciamo, comunque vadano le elezioni non dobbiamo perderci di vista. Se c’è un modo per rendere fertile la nostra piccola diaspora è questo. Del resto la Borsellino a Messina ci ha definito il vero ponte tra la Sicilia e l’Italia. Altro che tonnellate di cemento.
Mentre passiamo da Cefalù leggo sul giornale di ieri le solite voci di una campagna elettorale mandata avanti con metodi clientelari. Quello che un tempo si faceva con i pacchi di pasta oggi si fa con le promesse di lavoro (precario).
Intorno alle tre arriviamo a Palermo e ad accoglierci troviamo gli amici che abbiamo lasciato qui. L’accoglienza è più che calorosa. La stazione centrale non è mai stata così piena di sorrisi, di applausi, di cartelli di benvenuto.
Il Ritaexpress ci ha riportati a casa. Dopodomani si vota. Chissà se vinceranno le solite storie, oppure, per una volta, vincerà un’altra storia.
3 commenti »
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giugno 12th, 2006 @ 21:52
Come dici tu, quello che c’è non si cancella con i numeri… e un’altra storia forse può ancora vincere.
Bel sito, ma… ci scrivi ancora????
un abbraccio
ps: una curiosità: è a Roma che studi SdC?
giugno 15th, 2006 @ 16:56
Si, Sdc, spero ancora per poco…
settembre 12th, 2007 @ 20:01
ciao manuela, leggo adesso il tuo articolo per la prima volta. ascolta c’è una filmaker di torino che vorrebbe che rispondessi a un questionario.
penso ti abbia già scritto a info@rossomalpelo.nonsocosa.
sta girando un documentario su rita express e vorrebbe sentirti come “persona informata sui fatti”
attendo una tua risposta. un bacio a presto