Dal cassetto/1 - Come ti libero il software: intervista a Richard Stallman
Ripubblico un’intervista a Richard Stallman del giugno 2002, realizzata di occasione dell’Hackmeeting di Bologna. Stallman è il fondatore della Free Software Foundation e del progetto GNU. E’ un po’ lunga ma in origine era per il cartaceo.
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Negli anni a venire, il movimento per il software libero riuscirà a contrapporsi efficacemente alle grandi case di produzione di programmi proprietari e ad affermare il diritto al software libero?
Mi fanno spesso questa domanda e io rispondo sempre che al momento la mia sfera di cristallo si è rotta. Scherzi a parte, questa è una previsione che non sono in grado di fare. E’ come chiedersi chi vincerà prima della fine della battaglia. Il punto non è chi vincerà, il punto è combattere e sottolineare i motivi per cui lo si fa. Ci si dovrebbe chiedere in realtà chi sarebbe giusto che vincesse…. E’ anche vero che stiamo aggregando molte persone. Gli utenti di software libero si aggirano ormai attorno ai dieci milioni. Stiamo diventando sempre più forti ma anche i nostri nemici lo sono. Gli Stati Uniti stanno imponendo gli stessi canoni previsti dal Digital Millennium Act all’Europa e al resto del mondo. L’Unione Europea ha recentemente approvato una legge molto simile recependo, sostanzialmente, il provvedimento statunitense che pone pesantissime restrizioni al software libero.
Sarà possibile in futuro per i programmatori o per i musicisti vivere del loro lavoro pur producendo materiale “libero”?
Beh, dipende da molte cose. Per quanto riguarda i programmatori, ad esempio, ce ne sono già molti che vivono di free software. Probabilmente ammontano a qualche migliaio, non ho dati precisi in merito. Per quanto riguarda chi lavora nel mondo della musica ad esempio io auspico che la musica sia distribuita liberamente in Rete e che sia possibile, per chi apprezza un brano, inviare un dollaro all’autore attraverso la Rete. Un dollaro può sembrare una piccola cifra ma pochi sanno che è più o meno lo stesso compenso corrisposto agli artisti dalle case discografiche. Applicare il free ai testi scritti è qualcosa che, inoltre, si sta già facendo. Per i libri di narrativa, d’opinione o d’informazione propongo una licenza che dia a tutti la possibilità di far circolare i testi liberamente, ma non di modificarli (come è normale per la particolare funzione che svolgono nella società ). Mentre per testi come dizionari, enciclopedie e simili propongo una licenza in base alla quale ognuno possa essere libero di apportare e ripubblicare un aggiornamento o una miglioria. Sono già in atto, ad esempio, numerosi progetti riguardanti dei dizionari ‘free’, dallo spagnolo, al vallone ai vari idiomi dell’India.
Esiste una relazione tra la battaglia svolta dalle compagnie produttrici di software in difesa del copyright e la connessione sempre più stretta fra impresa e ricerca universitaria?
E’ un preciso piano dei governi che ha fatto sì che il mondo degli affari adesso abbia il pieno controllo degli atenei. I fondi che vanno alla ricerca sono totalmente controllati dai gruppi finanziari. E ciò comporta delle forti ripercussioni sui risultati della ricerca stessa; basti pensare ai risultati degli studi sugli effetti dei farmaci. Una ricerca scientifica libera, nella quale lo spirito di cooperazione sia un elemento fondamentale, è assolutamente da difendere, tanto nell’informatica, quanto nella scienza in generale.
Che tipo di clima si vive nel mondo dell’hacking dopo l’undici settembre e la conseguenti legislazione emanata contro il terrorismo?
Bisogna prima di tutto chiarire cosa si intende per hacking‘ Con questa parola io intendo semplicemente fare qualcosa con il computer per divertirsi. Chi concepisce l’hacking in questo senso non ha alcun collegamento con attività terroristiche. L’attività di sabotaggio di sistemi informatici è invece il cracking. Certo, va anche detto che attualmente c’è molta paura. E il governo statunitense sta deliberatamente sfruttando il terrore della gente. Sono sicuro che quelle della polizia sono menzogne quando dice che chi organizza azioni di protesta sia un terrorista. I veri terroristi sono quelli che agiscono nell’ombra e cercano di non attirare l’attenzione su di sé. Sanno di cercare i terroristi nei posti sbagliati, ma arrestano ugualmente la gente innocente, stravolgendo i fatti. E tutto questo per dimostrare che possono tranquillamente non rispettare i diritti umani, la libertà e la democrazia. Esiste quindi il rischio che anche i semplici hacker, come tutto il resto della gente, ma in special modo gli attivisti politici, vengano particolarmente presi di mira dalle forze di polizia, anche perché spesso non solo la polizia mente sulle persone innocenti e manipola i fatti, ma è giustificata per qualsiasi cosa faccia. Possono inventarsi di tutto, perfino che un lettore Cd collegato ad un computer nasconda in realtà chissà quale bomba.
Esistono delle differenze, dal punto di vista politico, tra la scena europea e quella statunitense?
Ma in realtà non è scontato che nell’hacking ci sia una componente necessariamente politica . In senso ampio gli hackers formano una comunità, ma è qualcosa di molto vasto e variegato: ne fanno parte anche persone che non sono minimamente interessate alla politica. Gli hacker che operavano nel Massachussets Institute of Technology avevano una visione politica delle cose, ad esempio erano contro la guerra in Vietnam, ma questo non era per forza inerente alla loro attività di hacker. Per cui è difficile tracciare delle differenze in questo senso.
Come ha trovato l’Hackmeeting italiano?
Beh, in realtà sono rimasto a lavorare nella mia stanza per quasi tutto il tempo… quindi non ho potuto seguire le varie fasi. Comunque mi pare che ci sia un bel clima, e soprattutto un grande entusiasmo, in special modo per le questioni etiche.
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