Rossomalpelo

di Manuela Collarella

Thyssenkrupp: prevenire è meglio che spegnere

Archiviato in: Senza Categoria — 10 dicembre 2007 @ 17:27

Riprendo la notizia dal sito di Lello Voce. E l’ironia macabra non è né mia né sua. Lo giuro.

E’ il titolo di un comunicato pubblicato il 12 luglio scorso sul sito italiano della ThyssenKrupp con il quale l’azienda trionfalmente annuncia la messa in atto di “una struttura antincendio che agisce su tre diversi fronti: prevenzione, protezione e spegnimento”.

Il ramo italiano della Thyssenkrupp con precisione si chiama ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni e da esso dipende sia lo stabilimento di Terni, sia quello di Torino. Per questo leggendo il comunicato si potrebbe essere portati a pensare che il lavoro di prevenzione antincendio riguardi entrambe le fabbriche.

In realtà scorrendo l’articolo (e constatando gli ultimi tragici eventi torinesi) si capisce che così non è. Si parla di “uno stabilimento”, ed essendo quello di Torino in dismissione, sembrerebbe che quest’opera di formazione e manutenzione sia stata svolta solo a Terni.

Dopo quattro morti orrende. Dopo i turni massacranti ai quali venivano sottoposti gli operai di una fabbrica sulla via della chiusura. Dopo gli estintori mezzi vuoti e che sparavano dalla parte sbagliata e gli idranti che non funzionavano, l’esistenza stessa di questo comunicato sembra uno scherzo di pessimo gusto, la ciliegina sulla torta di cui nessuno sentiva il bisogno.

7 commenti »

  1. Maria (a.k.a. LaMusa):

    Sottoscrivo. Il fatto che quel comunicato non sia stato ancora rimosso è vergognoso.

    Ciao

  2. nomadus:

    Sono qui per sottoscrivere pienamente il tuo post e il commento che hai lasciato (grazie, ovviamente) sul mio blog, a proposito del mio post sul medesimo avvenimento. Abbiamo avuto una sincronia intellettuale e temporale davvero inusuale. Spero che non sia l’unica volta e che ci si possa frequentare più spesso sui nostri rispettivi blog. A presto. Sarà scontato, ma complimenti per il tuo blog. Si nota una mano giornalistica molto appropriata. Complimenti ancora.

  3. Denis Spedalieri:

    Ciliegina indigesta.
    Temo ne mangeremo presto altre.
    L’accordo nazionale per la chiusura dello stabilimento di Torino è, appunto, un accordo; non è un atto unilaterale dell’azienda…
    Si è data importanza (ovvia) alle contropartite economiche per la perdita del posto di lavoro (prepensionamenti, supporto alla ricollocazione per chi decide di rimanere a Torino, aiuti per chi decide di trasferirsi a Terni); ma, a detta di alcuni rappresentanti sindacali torinesi, l’accordo è deludente per la parte relativa alla re-industrializzazione dell’area di Corso Regina (dove sorge lo stabilimento Thyssenkrupp).
    Traducendo dal gergo: soldi (sacrosanti) per il portafoglio dei lavoratori e nulla più.
    Si, dirai tu, ma qui si parla di soldi per la sicurezza mica di soldi per re-industrializzazione!
    Vero… ma la somma… e poi quello che in un accordo si può scr… (prosegui tu con la fantasia).
    Ah, ieri al corteo di Torino ci sono stati fischi per tutti.
    Fossi stato nel padre di uno dei ragazzi morti, avrei maledetto chiunque.
    Ultima nota: è ancora gravissimo uno dei feriti, il più anziano. Si è gettato letteralmente tra le fiamme per aiutare i suoi compagni.

  4. Massim.:

    Agghiacciante. La morte degli operai di Torino è qualcosa che fa male al cuore.
    Ora ci sarà un’inchiesta, ho sentito di dirigenti indagati per strage… spero si arrivi ai veri responsabili, quelli che preferivano intascare i soldi invece di pagare 50 euro per caricare un estintore o per avere strutture sicure per chi già fa un lavoro infame di suo…

  5. info:

    Denis questo è purtroppo un copione già noto e visto mille volte. La fabbrica è in chiusura perchè la dirigenza ha deciso di spostarla da un’altra parte dove la manodopera costa meno, o di esternalizzare.
    Ai lavoratori si dice o ve ne andate con le vostre gambe prendendo questi quattro soldi di elemosina, oppure aspettate che vi licenziamo noi e non vedete neanche più quelli.
    E’ già successo nelle miniere di carbone dell’inghilterra thatcheriana, nei porti francesi, nelle aziende tessili italiane.
    E’ il prezzo di una terziarizzazione che marcia a tappe forzate travolgendo tutti quelli che incontra. E’ un processo che va avanti da oltre vent’anni. L’Occidente post-industriale ormai non produce quasi più niente. Fornisce solo servizi.
    La produzione sta dall’altra parte del mondo. Dove la manodopera è tanta, costa poco, non ha diritti e neanche si sogna di chiederli.
    E da questa parte del mondo invece si annaspa cercando di sopravvivere come si può, magari riciclandosi come lavoratori non qualificati nei call center o nella grade distribuzione.
    Da Ken Loach ad Ascanio Celestini la cinematografia, il teatro e la letteratura hanno ormai infinite volte raccontato questo mondo che sta scomparendo.
    Il più delle volte in queste narrazioni il finale è amaro e si sconta sempre sulla pelle di chi paga tutto, e lo paga caro.
    E non è mai chi sta nei cortei.

    Massim, sulle politiche per la sicurezza sui luoghi di lavoro poi c’è da aprire tutto un altro discorso. Ministri e compagnia invece di piangere lacrime di coccodrillo farebbero bene a fare ispezioni a tappeto nelle Asl e negli ispettorati Inail.
    Il controllore infatti non lo controlla nessuno.
    Se non è corrotto, è sottorganico, sottopagato e adesso anche assunto a progetto.
    Si perché all’Inail (che sono quelli che dovrebbero fare le pulci agli altri) ora sono precari pure loro.
    Insomma non sono certo nelle condizioni di fare il proprio lavoro.
    E in questi casi chi non lo fa per vocazione alla santità o all’eroismo è più facile che ceda alla tentazione di girarsi dall’altra parte.

  6. Denis Spedalieri:

    Hai ragione, spesso le aziende decidono di spostare la produzione in Paesi dove il costo del lavoro è inferiore.
    Un esempio concreto tra i tantissimi possibili: a Caselette (provincia di Torino) la Kostal, sino agli anni ‘90, impiegava circa 400 persone per produrre i devio da montare sulle Mercedes e sulle Fiat (il “devio” è quel sistema posizionato sotto lo sterzo per regolare le luci dell’auto). Agli inizi del 2001 la Kostal ha deciso di spostare la produzione torinese nella Repubblica Ceca, riducendo gli addetti fino a un centinaio di persone. Ma tra gli oltre diecimila lavoratori di Kostal, moltissimi sono rimasti in Germania, dove il costo del lavoro è ben più alto di quello italiano.
    La Thyssenkrupp, per rimanere all’attualità, produce in tutto il mondo e quasi la metà dei suoi dipendenti sta in Germania.
    Nel campo dell’acciaio le maggiori campagne d’acquisto in giro per il pianeta vengono condotte da russi e indiani, i quali comprano aziende con strategie che tengono poco in considerazione il costo del lavoro (vedi Severstal per la Lucchini di Piombino o l’acquisizione della francese Arcelor da parte di Mittal).
    Con questo intendo dire che spesso il costo del lavoro ha una rilevanza inferiore rispetto a quella che immaginiamo.
    Per questioni lavorative un paio d’anni fa sono riuscito ad assistere, all’Unione Industriale di Torino, alla presentazione di un rapporto sul costo del lavoro. Uno dei relatori, verso la fine, si è raccomandato con i partecipanti perché non divulgassero alla stampa i risultati del rapporto. Sai perché? Perché, pur non essendo un dato sconosciuto ai più, nel rapporto si sottolineava con chiarezza che il costo del lavoro italiano è ben inferiore al costo di molti paesi Ocse (Germania e Francia in testa).

    E’ vero quello che dici circa l’elemosina aziendale. Ma occorre ricordare anche un altro aspetto.
    Le aziende, seguendo una normativa abbastanza rigida, possono licenziare grandi numeri di persone. Ma se non trovano un accordo con il sindacato, sono costrette a pagare cifre maggiori all’Inps a copertura dei costi della mobilità. Cosa vuol dire questo? Che l’azienda non ha alcun interesse a forzare la mano. Infatti, frequentemente, l’azienda trova un accordo con il sindacato sul numero di persone da licenziare. In cambio aumenta gli incentivi economici all’uscita ma versa meno denaro all’Inps. La differenza la copre direttamente l’Inps, cioè tutti i lavoratori, anche quelli delle aziende che non sono in crisi.

    Quanto al processo di terziarizzazione è vero pure quello. Ma qui si corre il rischio di cadere in errore.
    Nel mondo occidentale si produce ancora e anche parecchio.
    Se si esclude Wall Mart, tra le prime dieci aziende al mondo ci sono Toyota, General Motors, DaimlerChrysler. Cioè aziende manifatturiere che hanno stabilimenti in tutto il mondo, Paesi d’origine compresi. Sempre tra le prime dieci aziende si trovano: Exxon, Shell, Chevron, Total, BP. Cioè aziende che estraggono e trattano il petrolio ovunque serva. Vale a dire aziende che non esisterebbero se non esistesse l’industria manifatturiera. Auto e petrolio, sempre loro.
    Quando parliamo di terziarizzazione spesso rischiamo di confondere l’Italia con il resto dei paesi occidentali. Purtroppo l’Italia ha perso gran parte della sua industria, non così altri paesi.
    Noi non abbiamo più industria chimica, ma la Bayer è tedesca e produce molto anche in Germania…
    L’Italia ha deciso di rimanere fuori da Airbus, ma i principali paesi europei ci sono eccome…
    Più di 15 anni fa su “Il Cerchio quadrato” (inserto de “il manifesto”) Augusto Graziani scriveva che l’Italia rischiava il declino perché stava abbandonando tutte le produzioni ad alto valore aggiunto.
    L’industria aerospaziale italiana è piccola se paragonata a quella francese (infatti Alenia Spazio si è fusa, con quota minoritaria, ad Alcatel e poi a Thales).
    La Fiat, quando era in crisi, ha venduto Fiat Avio agli americani e Fiat Ferroviaria ai francesi.
    Avio è uno dei principali produttori al mondo di motori aeronautici (al pari di General Electric e Rolls Royce); Alstom produce il pendolino e minaccia periodicamente di ridimensionare lo stabilimento di Savigliano (CN).

    Chiudo qui, per non ammorbare ulteriormente.
    Su una cosa hai totalmente ragione: chi paga con la vita il prezzo dell’ignavia, dell’incompetenza, della scelleratezza altrui, non sta mai in un corteo.
    Grazie per lo spazio che stai dedicando alla vicenda di Thyssenkrupp.

    Ps. ora devo dirlo: dal 2000 mi occupo di risorse umane e di politiche attive del lavoro; ho seguito parecchi casi di crisi aziendali che hanno comportato licenziamenti in massa e la necessità d’aiutare le persone a trovare un nuovo lavoro. Diciamo, quindi, che il tema mi appassiona…
    Ps.2, bello davvero il tuo blog e belle le foto di Marsiglia

  7. info:

    Denis, grazie mille a te per le utili informazioni “tecniche”.
    PS: Ma sti human resource department non li possiamo chiamare in un altro modo? A me st’idea di essere la risorsa di qualcun altro fa un po’ impressione…

    Per quanto riguarda i cortei, in realtà, non intendevo prendermela con chi ci va. Anzi, credo di essermi espressa male. Più che altro ragionavo sul fatto che questi sono meccanismi enormi, difficili da contrastare sia per i singoli lavoratori, sia per i sindacati (anche volendo ammettere che questi siano sempre in buona fede).
    Il potere di ricatto di una multinazionale è enorme e vale un po’ per tutti: dipendenti, politici, amministratori locali ecc.

    Di sicuro quelli che muoiono non stanno in CdA…

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