Rossomalpelo

di Manuela Collarella

I vuccirioti non vanniano più

Archiviato in: Fotografia, Libri fotografici, Sicilitudine, Visual politics — 15 giugno 2006 @ 17:37

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Autore: Mauro D’Agati
Editore: Contrasto
Anno: 2005
pagine: 144
Euro: 50,00

Quando si dice Vucciria ai più viene in mente il dipinto di Guttuso, o il suk multicolore in salsa palermitana teletrasmesso da qualche programma tv per turisti. La Vucciria non è più questo e non lo è da molti anni. La vita, la confusione, le vanniate dei venditori, il brulicare dei clienti. La “Vucciria”, intesa nel senso palermitano dell’espressione, non è più la realtà quotidiana di questo mercato. I palermitani fanno la spesa al supermarket sotto casa e i vuccirioti arrancano tra gli stenti nel tentativo di sbarcare il lunario.E’ questa la lenta agonia ritratta nel libro fotografico di Mauro D’Agati edito da Contrasto e dedicato al quartiere palermitano.

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A vivere tra la Via Roma e il Cassaro (corso Vittorio Emanuele) sono rimasti gli ultimi tra gli ultimi. Quei palermitani che non saprebbero dove altro andare e quei migranti che qui trovano alloggi economici e un ambiente che fa poche domande. Entrambe le categorie si spartiscono case che resistono in equilibrio precario da oltre 50 anni. Palazzine rese pericolanti dal bombardamento americano del maggio ‘43 e che tornano a sussultare (e qualche volta ad aprirsi) ad ogni sospiro di terremoto.

La parola degrado non basta a descrivere cos’è la vita di questi vicoli oggi. Sono necessarie queste fotografie (e l’intensa prefazione di Giosué Calaciura) per capire. La sporcizia. I muri sbrecciati. Le taverne in cui i vecchi, a colpi di “tocco”, si guadagnano sera dopo sera la loro brava dose di cirrosi epatica. I colori acidi delle verdure. Le lampade ubriache delle pescherie. La carne di capretto squartata per strada. L’acqua che cola tra le “balate”. L’eroina che fluisce in vena tra le quattro mura di un lurido catoio. L’eco della violenza domestica, altrove nascosta con pudica vergogna, che qui rimbalza da una finestra all’altra, da un ballatoio all’altro.

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Non sono immagini nitide quelle proposte da D’agati: sono mosse, sfocate, hanno tinte violente. Per immergersi in questa essenza bisogna accettare il biglietto per un viaggio allucinato. Non si può vivere da queste parti e restare lucidi a lungo.

La Vucciria annega nell’incuria, nell’ignoranza e nell’abbandono. E a tutto questo si aggiunge una cultura di massa che ti sbatte in faccia il fatto che senza soldi non sei niente. Anzi nuddu mmiscato cu niente. E allora tanto vale fare uno scippo così almeno ci si accaparra il cellulare nuovo.

Sono gli stessi malanni del Cep, dello Zen, della Kalsa, dell’Albergheria. Ma qui si soffre anche per la disillusione e per la beffa di un risanamento che mai come alla Vucciria è stato mille volte promesso e mille volte dimenticato. Una riqualificazione che questa umanità dolente non sa neanche se è il caso di augurarsi o meno.

Troppe volte in Italia questa parola ha significato esproprio, affitti alle stelle e deportazione silenziosa degli abitanti dal centro storico alle estreme propaggini periferiche delle città. Quando nei vicoli arrivano gli imbianchini a dare di belletto alle facciate dei palazzi, di norma, l’imperativo categorico è “fare spazio”: abitare nel quartiere popolare fa tanto chic, purché il “popolino”, graziosamente, si tolga dai piedi.

2 commenti »

  1. Francesca:

    veramente i palermitani si sono allontanati dal loro mercato?! Sono stata recetemente di nuovo a Palermo, e ora che ci penso c’ernao molti più turisti..

  2. info:

    Eh, è da anni che va così

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