“L’infanzia è un terremoto”. Intervista a Carola Susani – 1/3
De L’infanzia è un terremoto, il libro di Carola Susani sui suoi ricordi di infanzia nel Belice del dopo-terremoto, avevo già accennato in questo post.
Di seguito è possibile leggere la prima parte dell’intervista che ho realizzato con lei.
Link alla seconda e alla terza parte.
(Le immagini di questo post sono state realizzate durante la presentazione del libro presso l’Agave Bookbar di Roma.)
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Quando qualche anno fa ho conosciuto Carola Susani (lavorando con lei presso la redazione del mensile Accattone) le chiesi il perché di quell’accento un po’ siciliano e un po’ veneto.
Venne fuori una storia che sembra inventata e che invece è vera.
La storia di una coppia di giovani architetti di Marostica che si trasferisce in Belice nel 1968. Vanno a vivere in baracca insieme a coloro che il sisma ha lasciato senza casa.
Vanno perchè bisogna ricostruire tutto. Perché c’è aria di mobilitazione. E perché da qualche anno c’è Danilo Dolci, con il suo gruppo di collaboratori, che al fermento contribuisce non poco. Con loro c’è una bambina di quattro anni.
Quella bambina è Carola.
Oggi fa la scrittrice. Scrive romanzi e racconti. A volte per bambini, altre volte per adulti. Mi sembrò strano che non avesse ancora scritto di queste vicende. Intuii che doveva esserci dietro una gestazione non facile, che finalmente con il libro pubblicato da Laterza è arrivata a compimento.
Qual è stato il percorso attraverso il quale sei arrivata a raccontare questa storia?
Ci sono state varie stesure che non sono andate a buon fine. Poi c’è stato il documentario radiofonico Cento Lire realizzato per RadioTre. Le interviste registrate per quel programma mi hanno fatto venire finalmente la voglia di andare fino in fondo.
Prima di allora non riuscivo a trovare la chiave giusta. Mi sono sempre considerata una narratrice totale. Di conseguenza è stato spontaneo pensare alla forma del romanzo. Ma mi serviva un modo, una lingua, la giusta parabola, l’intreccio adatto. E non riuscivo ad individuarlo.
Le figure che fanno parte di questa storia si rifiutavano di essere trasfigurate, di diventare esemplari. Non riuscivo a far assumere loro il necessario distacco.
Lorenzo (Lorenzo Barbera, uno degli operatori del centro studi di Partanna, ndr.) non poteva diventare qualcosa di completamente diverso e neanche i miei genitori.
I personaggi che non avevano debiti con la realtà in qualche modo funzionavano, ma gli altri no. Così ho lottato per tre anni con l’abbozzo di un romanzo di cui poi ho buttato via quasi tutto. Devo dire che successivamente mi ha aiutato il lavoro con la rivista Accattone e per la cronaca di Roma di Repubblica.
La pratica di una scrittura diversa, meno narrativa, meno verticale, meno densa, che lascia più spazio alla realtà, mi è tornata utile per raccontare una storia che ai mie ricordi unisse le interviste, la storia orale. Per certi versi è stato anche un recupero dei miei studi di storia e di antropologia.
Nel libro sono presenti molti sicilianismi. Che rapporto hai con questa lingua?
Chiaramente è stata una scelta. Il mio modo di scrivere risente in modo inevitabile della lingua siciliana. In fondo in Sicilia sono andata a scuola, ho imparato letteralmente a scrivere. Ho molti debiti con il parlato del siciliano. In realtà è molto più strano che io abbia anche scritto in veneto. In questa occasione mi sono lasciata libera. E’ stato naturale che emergessero alcune parole emblematiche.
Hai vissuto in Belice dai quattro agli otto anni. Colpisce molto la nitidezza dello sguardo e dei ricordi che conservi di un’età così infantile. Trovo assolutamente singolare la prospettiva rovesciata che hai mantenuto nel tempo. Spesso parlando di te bambina nel libro parli dei grandi definendoli “i nostri adulti”.
In effetti ho una memoria molto precoce della mia infanzia. Comincia anche da prima del trasferimento in Sicilia. Gli anni nelle baracche, per me bambina, sono stati anche anni di grande libertà. Sin da piccola ho potuto godere di una estrema libertà di movimento e di esplorazione. Chiaramente lo posso dire perchè non ho vissuto il trauma del terremoto, della distruzione, della perdita di tutto, ma solo la parte successiva.
Poi sì – sorride – io per molto tempo ho guardato ai grandi in maniera paternalista. Ai miei occhi questi adulti idealisti erano bellissimi, affascinanti, ma anche fragilissimi. Mi ricordo di una volta in cui mia madre cercava di rassicurare me e mio fratello dicendoci “voi non dovete preoccuparvi per me, io sono forte, io sono come nonna Abelarda!”.
Io la guardavo con il sopracciglio alzato, con molta perplessità. Ma in fondo da bambini siamo tutti così e poi lo dimentichiamo. Abbiamo più paura che possa accadere qualcosa ai nostri genitori che a noi stessi. Amo molto la distanza e l’indipendenza con cui quando si è bambini si guarda al mondo. E’ uno sguardo per cui tutto è nuovo, tutto è da decodificare, da smontare per essere capito. E’ una sorta di decostruzionismo spontaneo. (continua…)